Fino a dove

“Io credo che l’unità di mente e corpo sia una realtà oggettiva.
Non si tratta solo di parti collegate in qualche modo tra di loro, ma di un tutto che è indivisibile durante il suo funzionamento.
Un cervello senza corpo non potrebbe pensare.” Moshe Feldenkrais (e altri…).

Non ho la presunzione di criticare questo assunto, né i molti studiosi che lo hanno sostenuto. Ma sto vivendo una esperienza che va in direzione opposta. Almeno apparentemente.

Il mio corpo è preda di dolori continui e molto forti. Io riesco a sopravvivere e a dare qualche piccolo brandello di umanità e amore a chi mi circonda in un solo modo. E ancora non sono riuscito a decifrarne i contenuti. Non so come faccio. Riesco a farlo fino al punto in cui il dolore non è insopportabile.

Riesco quando la mia mente si isola dal mio corpo e sussulta di vita propria nonostante il corpo oltraggiato dal male. E’ come se si staccasse per impedire al corpo di distruggere tutto. Si scosta, non so come, dalla carne e in quella fessura che si crea produce tutto quanto di buono le resta: empatia, amore, gentilezza.

Fino a dove tutto ciò possa arrivare, io non so.Goya-Guerra_(01)

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A Te

Buon Natale a Te, Dio lontano e silenzioso.

A Te, sordo a preghiere e suppliche. A Te che hai rivelato a Giobbe il segreto del male.

Ti mando un dono. Un dono prezioso del mio fratellino. In fondo alla foto ci sono gli strumenti usati per poter scrivere. In lui ho trovato tracce di divino.

Te lo regalo. Forse ne hai bisogno. AJ WRITING

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As Salaam Aleikom

Abbiamo condiviso nove mesi e mezzo. Ne parlo ora a 14 mesi dalle dimissioni, con il lessico un po’ scalfito dalle mie condizioni. imagesQ1D2BQSU

Per comodità e per rispettare la sua privacy lo chiamerò AJ. Origine berbera, fiero popolo del deserto marocchino. Occupava il letto vicino al mio. 

Aj era un “paziente difficile”, mi dissero assegnandomi il letto. “Speriamo che con te si calmi un po’”. Io ero talmente preso dai miei pensieri di neo-disabile  che non diedi molta importanza alla cosa. Solo una vaga ansietà.

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Un altro scomodo compagno

Una sera, credo fosse maggio o giugno 2016, ero solo nella mia stanza perché al mio “compagno di sventura” era stato concesso un fine settimana a casa.

Dovevano essere le 22 o giù di lì ed il nostro reparto del grande ospedale era, almeno apparentemente, addormentato. Probabilmente gli infermieri stavano chiacchierando a bassa voce in infermeria e di sicuro qualche paziente era sveglio a pensare alla sua nuova vita post-incidente. Fatta su una sedia a rotelle. Ma nella mia stanza c’erano buio e silenzio.

Lei entrò nella mia stanza quasi di soppiatto. Dapprima vidi un chiarore affacciarsi timidamente al margine della finestra. E dopo alcuni minuti, abbandonata ogni forma di pudore, nuda, luminosa, bellissima, la luna mi venne a visitare.

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Era piena e sembrava così vicina da poterla afferrare solo allungando la mia mano sinistra; l’unico dei miei arti che riuscivo a muovere. Come sempre quando la vedevo così, intensa e splendente, sullo sfondo del cielo blu, avvertivo un senso di magìa.

E così fu anche quella notte: la visita inattesa della regina della notte.

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La caduta nell’abisso

E’ successo all’improvviso. Quattro mesi e mezzo fa. Sono entrato in ospedale per una “piccola” operazione di “routine” e sono caduto in un abisso. Terribile, oscuro. Profondo più della più verticale delle profondità. Una inspiegabile emorragia cerebrale si è scatenata inondando di sangue il mio encefalo ed il mio midollo spinale. Mi sono ritrovato dentro un corpo improvvisamente nemico. Il mio corpo.

Era diventato d’un tratto un insopportabile, pesantissimo fardello che mi procurava solo dolore. Non rispondeva più ai miei comandi. Le mie gambe, le mie mani erano diventate delle inermi appendici. Immobili. Non le muovevo più. L’abisso si era spalancato sotto i miei piedi. E mi aveva inghiottito.

Mi sono ritrovato nella neurorianimazione dell’ospedale più grande della mia città. Sotto lampade sempre accese per illuminare nuovi casi disperati sempre in arrivo. Dovevo lottare per la vita.

Farmaci, esami invasivi, dolore. Medici preoccupati, infermieri assiduamente chini su di me. Altri farmaci più pesanti, morfina. lampade sempre accese. E dolore. Ancora dolore. Sempre dolore. E l’incubo del corpo che non risponde più.

Da quel giorno ora sono passati 4 mesi e mezzo. Sono in un reparto di riabilitazione dove sto cercando di recuperare frammenti di movimento. Una graziosissima ragazza sta lavorando con me per farmi almeno cercare di tornare a usare un pc. E sto usando questo tempo per scrivere, un po’ faticosamente, questo post.

Per ora la mia vita è diventata questa.

Ma, incredibilmente, sono successe anche cose meravigliose. Le racconterò.

 

 

 

 

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